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È finita, potete tornare: la scuola è aperta a tutti

È finita, potete tornare: la scuola è aperta a tutti

Nome proprio di scuola

I nomi dei licei francesi in rivolta per il diritto allo studio. Uno è intitolato a Nelson Mandela. Un altro si chiama Saint Exupéry, l’autore del Piccolo Principe. Un altro si chiama Victor Hugo. Un liceo nella periferia di Rennes, tra i primi a essere occupati, si chiama Théodore Monod, naturalista e pacifista. A Parigi uno dei centri della protesta è il liceo Lamartine, intitolato al politico che abolì la schiavitù in Francia nel 1848. Non sono nomi di edifici. Sono messaggi: contengono la promessa fondamentale di progresso della scuola pubblica, ricordano da dove veniamo e dove vogliamo andare. Ma se quella promessa viene tradita, allora gli studenti diventano interpreti di quei nomi storici.  È come se Lamartine e Saint Exupéry scendessero in piazza a protestare. D’altra parte è proprio Victor Hugo nei Miserabili a raccontare le barricate per un futuro con i pensatori in piena libertà, i credenti in piena uguaglianza, il cielo per religione (…) e, attenzione, la fratellanza di fabbrica e di scuola… perciò figuriamoci se Victor Hugo non protesta… Sempre sperando che nessuno si faccia male, si capisce. Hugo, mi raccomando: non farti male.

 

Tutti ma tutti

La diffusione, ignorata dai grandi media, dei cartelli Qui nessuno è straniero fuori dalle scuole. Anche questa è comunicazione, non solo quella dei potere. Perché pure la scuola italiana si basa su una grande promessa, ovvero su uno degli articoli della Costituzione più emozionanti, il 34, che sembra scritto per parlare anche ai più piccoli: La scuola è aperta a tutti. Arrivò dopo gli anni della scuola fascista che aveva escluso e deportato i bambini ebrei… e scrivere La scuola è aperta a tutti fu come se qualcuno spalancasse la finestra e gridasse .

 

Auguri Ruby

L’otto settembre è stato il compleanno di Ruby Bridges, nata nel 1954. Chi è? Fu la prima bambina nera a frequentare a una scuola per bianchi negli Stati Uniti del sud, in Louisiana. Era il 14 novembre 1960, la segregazione razziale a scuola era stata superata dalle sentenze ma nella vita reale no. Ruby aveva sei anni, aveva superato gli esami di ammissione e si avviava verso suo primo giorno di scuola scortata dalla polizia, tra i genitori bianchi che protestavano e, quando Ruby entrò nella scuola, andarono a ritirare i figli: cinquecento bambini bianchi lasciarono l’edificio e Ruby rimase sola nell’ufficio del preside. Per tutto quel primo anno, fu l’unica alunna. Non aveva accesso alla mensa, andava in bagno scortata da un agente. Fu una vicenda mediatica enorme. E una vittoria dolorosa per lei e per tutta la sua famiglia. Lei stessa si percepiva come un messaggio. Il grande illustratore Norman Rockwell, che da decenni disegnava per la pubblicità un’America idealizzata, scandalizzò il suo pubblico dedicandole il celebre The problem we all live with, il problema con cui tutti conviviamo: un’immagine di Ruby che va scuola tra i poliziotti. Ma per quella scuola aveva lottato. E quando nel 2005 l’uragano Katrina quasi la distrusse, e il governo locale pensò di abbatterla, Ruby intervenne per salvarla e la fece inserire nel registro nazionale dei luoghi storici da tutelare. Nel 2011, quando Ruby e Obama si ritrovarono fianco a fianco davanti al quadro di Rockwell, Obama le disse: sto pensando che senza di te non sarei mai arrivato qui. Ecco cos’è la scuola: il luogo nel quale nasce la storia.



Estratto da un intervento a Radio Popolare del 5 ottobre, per la rubrica "Guarda che lune", ascoltabile ogni lunedì mattina alle 8.40. 

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Giuseppe Mazza

Giuseppe Mazza

Giuseppe Mazza è uno dei copywriter italiani più premiati ed è stato vicedirettore creativo di Saatchi&Saatchi prima di diventare, nel 2008, fondatore di Tita Milano e di Bill Magazine; collabora con il Venerdì di Repubblica, Radio Popolare e Doppiozero.

Insegna Copywriting e Comunicazione all'Università IULM e alla Scuola Holden.

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