Pablo Iglesias, fondatore di un partito che, nel bene o nel male, ha permesso il nuovo corso progressista in Spagna, davanti all'ennesima propaganda falsa e violenta della destra spagnola contro il premier Sanchez, si è posto questa domanda. Certo, lo ha fatto in modo strumentale e per usare la risposta politicamente, e porre così un problema importante all'estrema destra spagnola, oggi in netto vantaggio secondo tutti i sondaggi sulle previsioni di voto. Se prescindiamo dall'ovvio, ossia che l'estrema destra non si cura del piccolo partito di Podemos e delle parole di Igelesias, resta comunque il fatto che per la prima volta è stata posta pubblicamente una questione implicita, decisiva per uscire dalla spirale autoritaria che stiamo vivendo da decenni: perché la democrazia non si sta difendendo contro l'attacco sconsiderato dei movimenti neo-autoritari (quelli che si fondano sulla violenza politica e sull'attacco alle libertà, individuali e collettive)?
Perché abbiamo tollerato, e normalizzato, l'intolleranza politica, la prevaricazione, la rabbia contro gli ultimi e i diversi (i migranti), la repressione del dissenso, etc etc? Perché, per esempio, in Italia stiamo accettando che governi un partito chiaramente contrario alla Costituzione Repubblicana nata dalle forze antifasciste che l'hanno scritta?
La risposta di Iglesias è questa: bisogna considerare i partiti di estrema destra illegali.
Benché condivisibile, però, la sua idea (che ancora non è diventata una vera e propria proposta di legge) non tiene conto del contesto e della storia che ha portato quei partiti ad avere il consenso che hanno. In poche parole, non tiene conto della cultura antidemocratica radicata nell'immaginario sociale e politico spagnolo, e quindi della reale entità del problema che vi soggiace. È una risposta che si pone sul piano meramente legale, rischiando di essere un boomerang politico non di poco conto. Come se mettendo ex abrupto quei partiti fuori legge avremmo risolto il problema, e non avremmo, semmai, creato le basi per una guerra civile. Prospettiva tutt'altro che impossibile nel contesto spagnolo.
La risposta di Iglesias è a sua volta portatrice di altre domande: davanti alla progressiva erosione degli aspetti democratici, e ormai da tempo anche liberali, perché le "democrazie liberali" non sono in grado di conservarsi per quello che sono? Perché non sono in grado di mettere fuori legge chi ne minaccia l'esistenza e ancor di meno di impedire che assumano la legittimità e il consenso necessari per farlo? Cos'è che glielo ha impedito?
Ho già dato una serie di risposte complesse, che cercavano di essere complete (per quanto possa esserlo l'analisi di un solo pensatore), nel mio ultimo libro: "Servitù democratica. Come fermare la spirale autoritaria" (Prospero 2025). L'ho fatto precisando che le democrazie liberali sono diventate postdemocratiche da tempo, ed è su questo che si sono radicate le forze neoautoritarie, ben prima della crisi economica e finanziaria del 2008, e ben prima dell'ultima ondata di guerre o dell'invasione russa del 2022.
Ma qui vorrei aggiungere un'altra piccola riflessione, per guardare la questione da un'altra angolazione. Lo farò sul piano dell'immaginario democratico, ovvero dell'alternativa democratica che nel libro ho chiamato "Democrazia sociale".
Per farlo riprenderò una polemica italiana alquanto triste, che ha attraversato soprattutto il mondo culturale di sinistra. Un fatto che, apparentemente, nulla ha a che fare con la questione posta da Iglesias.
Nel lanciare il suo ultimo disco ("Nevergreen"), durante la conferenza stampa, dopo aver fatto la premessa che "per scrivere una canzone devi essere ispirato" in relazione alla canzone "Il vestito del violinista" e alle sue molte canzoni contro la guerra, Francesco De Gregori ha affermato quanto segue: "Chiaramente vivo con apprensione e con dolore tutto quello che sta succedendo adesso", "guerre, massacri, ingiustizie, e cose orribili". A questa affermazione è poi seguita una domanda del giornalista di QN sulla critica di Springsteen all'amministrazione Trump, a cui “Er Principe” ha dato una risposta che ha generato un comprensibile malumore, in molte persone impegnate politicamente a sinistra: "Provo un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta, apodittica, su questioni internazionali, di guerra o di cose...perché tutto ciò, tutto il mondo che ci sta intorno, va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù dal palco, o anche scritto in un appello, mi lascia abbastanza indifferente...io...quegli artisti che vogliono sensibilizzare il proprio pubblico...ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C'è bisogno che Springsteen gli dica che è contro l'amministrazione Trump? Non credo. E' un ruolo che non mi sento di condividere".
Non pago della sua presa di distanza, De Gregori subito dopo esagera. Forse perché stizzito da una seconda domanda sull'argomento. E difende l'idea che è legittimo non avere le idee chiare su fatti complessi e contraddittori. Ovvero, confonde il "contengo moltitudini" di Whitman con l'elogio della confusione. E qui presta il fianco alle critiche che da più parti gli sono state mosse. Infatti, il confondere la complessità con la confusione e con la molteplicità della vita, non implica che non si possa comunque identificare, per esempio, che esiste un genocidio a Gaza, oppure che l'Iran è un regime teocratico assolutista, e sanguinario, o che gli Usa lo stanno attaccando in modo barbaro per interessi economici e geostrategici del tutto miopi, come sta accadendo da mesi.
Eppure, fermo restando che una persona di spettacolo continua ad essere anche un cittadino, e quindi ad avere il diritto di esprimere nella sua arte anche delle posizioni politiche, e che una persona che ha una visibilità pubblica, e quindi un potere mediatico, ha un'altrettanta responsabilità civile, e quindi un dovere, e non solo il beneficio di questa visibilità pubblica, De Gregori, non volendo, con la sua prima risposta ha sancito delle verità democratiche più politiche di quanto lui stesso potesse immaginare. Ed è su questo che vorrei soffermarmi.
Quello che lo porta a prendere distanza dagli atteggiamenti “alla Springsteen”, infatti, sono due problemi legati alla democraticità della cultura. Il primo è la dimensione "apodittica" dei proclami, e il secondo è l'idea che il pubblico debba essere "influenzato politicamente" da un cantante.
In queste due critiche si cela tutto il portato politico della sua risposta:
In entrambi i casi De Gregori, da uomo democratico, traccia una linea ideale che sarebbe molto importante considerare se si vuole far chiudere, ragionevolmente, i partiti di estrema destra, e quindi nel caso in cui volessimo davvero "difendere la democrazia". Ovvero, per come la vedo io, proporre di trasformare la democrazia liberale in democrazia sociale:
2) Non tutto è politica. La politica è un'attività specifica (che non significa che debba essere per forza una professione o che qualcuno ne debba rimanere fuori, al contrario), e bisogna saper vedere i contesti sociali e umani per quello che sono. Nella loro differenza. Nel contesto dell'espressione artistica non è la politica che guida la creazione, anche se può farlo (e per molto tempo lo è stata anche per lo stesso De Gregori, come gli è stato fatto notare a ragione). Se ritenessimo che "tutto è politica" e quindi che anche un concerto alla fine lo è, non staremmo rendendo un favore né all'arte né alla politica. "Tutto è politica" vorrebbe dire, a rigor di logica, che niente alla fine lo è davvero. Non si capirebbe bene cosa sia quest'attività. Anche se certamente tutto ha un'influenza politica e può entrare nella politica, la politica è una pratica che ha dei suoi confini. Non così precisi? Forse. Ma sicuramente identificabili. Se non fosse così, tra l'altro, staremmo tutti in pericolo, per l'assolutismo con cui guarderemmo l'esistenza. Sarebbe una visione onnicomprensiva e totale della vita umana, e non solo di quella collettiva. Ecco perché De Gregori fa riferimento al pensare "totalitario" per difendere la sua opinione.
Davanti all'affermarsi impietoso dei movimenti neoautoritari, attuali, rivendicare che l'arte non deve necessariamente essere politica, può dare fastidio. E' del tutto comprensibile. Eppure, sono proprio questi governi e movimenti che tornano ad affermare che, in fondo, tutto è politico (non "politica", si badi bene), non facendo così nessuna distinzione tra le attività umane e riportando al centro dell'azione politica un atteggiamento paranoico che li porta a controllare tutto e ad attaccare qualsiasi idea o espressione che non rientri nel perimetro del loro immaginario politico. Per questo combattono chi fa altro da loro (e fa cultura, giornalismo, arte, etc etc). Se ci pensiamo bene, c'è una radicale intolleranza nell'idea che tutto è politica. È da questa prospettiva che chi non è d'accordo, come De Gregori, diventa un nemico. Lo stesso vale per chi pensa che nulla è politico, o che non esiste la politica, oppure che è bene che di questa se ne occupino gli esperti o gli eletti. Sono tutte idee antipolitiche, alla fine. Saper individuare il recinto della politica è una premessa della politica democratica. E non solo una fallacia logica, come sottolinea lo stesso De Gregori quando si chiede a quale titolo un cantante inviti il suo pubblico a seguirlo sul terreno politico.
Non volendo, quindi, "il Principe" ha ancora una volta preso in contropiede il senso comune, affermando due idee apparentemente distanti dalla politica, ma che invece sono profondamente politiche ed espressione della cultura democratica.
Ora, cosa ci dicono rispetto alla questione posta da Iglesias?
A dispetto di quanto possa pensare lo stesso cantautore romano, le sue idee ci dicono che la cultura democratica è fondamentale per difendere la democrazia (il che non significa che certi partiti o gruppi possano impunemente esistere quando il loro progetto è chiaramente quello di farla crollare per instaurare un regime autoritario, sebbene ancora mascherato da democrazia, come sta già accadendo da tempo). Ci dicono che, benché essenziale, non basta chiedere di chiudere quei partiti, ma che c'è bisogno di creare le condizioni affinché si diffonda una pratica sociale della democrazia che sappia fare di quelle idee il perno di una solida cultura democratica. Perché le idee non sono neutre, e bisogna essere coerenti con quelle democratiche.
Ma come farlo se non pratichiamo quotidianamente la democrazia nella nostra vita?
Ecco perché tutto questo significa, prima di tutto, capire che le idee democratiche si legano a delle pratiche (e viceversa), e che si fondano sul dubbio necessario alla comprensione, alla relativizzazione delle verità, prima di tutto in politica, dove queste si intrecciano necessariamente con delle opinioni, degli interessi e delle volontà specifiche, e sulla consapevole distanza tra loro e la persona che le pronuncia. Che la libertà democratica, e anche quella politica, si basa proprio sulla libertà di poter sbagliare e cambiare idea, altrimenti saremmo già caduti in preda all'Ideologia.
Sono ormai almeno 30 anni che l'ideologia neoliberista si è imposta come totalitaria. Ma, attenzione, l'ideologia è una tendenza che attraversa i mondi. Ed ha anche attraversato i movimenti più utopici e alternativi che hanno segnato la nostra contemporaneità, dal movimento del '68 sino al movimento contro il genocidio di Gaza e per il riconoscimento della Palestina dei nostri giorni. Il movimento femminista e quello ecologista non ne sono immuni, purtroppo. Anzi, c'è chi, purtroppo, ne rivendica esplicitamente una supposta natura ideologica. Forse per dare all'azione più forza. Forse per sottolinearne l'impegno a lungo termine. Eppure quando ciò avviene le nostre convinzioni si avvicinano alla fede. Prendono distanza dalla fiducia necessaria all'azione politica. L'Ideologia è una piaga antidemocratica, e qualunque atteggiamento ideologico, per quanto giusta e condivisibile possa essere la battaglia che difende o porta avanti, è un problema democratico reale. Una cultura democratica non può che essere antiideologica, come ci insegna, suo malgrado, De Gregori. Saper prendere distanza dalle nostre idee, invece di esserne accecati, per quanto buone, belle e giuste che siano, è centrale per qualsiasi cultura democratica. Che muore nell'intolleranza e nella violenza irragionevole di chi è mosso da un'immagine e da un'affettività ritenute e sentite come infallibili e giuste oltre ogni ragionevole dubbio. L'ideologia è quella pratica sociale, ormai diffusissima ovunque, che inizia a prendere vita quando si considerano le immagini come la realtà.
Prendere il reale per l'immaginifico (o, peggio, per il "sentito"), e non considerarlo invece come una dimensione attraversata dall'immaginario, è la prima condizione affinché nasca e si sviluppi l'ideologia. Dalla sua prima espressione sino a quando essa non porta a giustificare lo squalificare, o il ferire e l'offendere gli altri in base a queste immagini affettivo-ideali. O quando, portata alle sue estreme conseguenze, finisce per colpirli e offenderli sino alla morte. E' questa intolleranza che ha colpito il giovane De Gregori, e che secondo me riecheggia nelle sue parole. Ed è questa intolleranza che, quando c'è, dobbiamo riconoscere anche nella parte e nel progetto politico che difendiamo, per poterla criticare.
Se pensassimo di esserne immuni, allora fare una proposta come quella di Iglesias alla questione sulla difesa della democrazia potrebbe essere addirittura sbagliata, perché sarebbe incoerente e autodistruttiva. Certi partiti vanno considerati illegali, certo. Ma in una condizione sociale e culturale che sappia cosa vada difeso, e che voglia davvero difenderlo. Che sappia il Come e il Perché.
Insomma, per essere effettiva, la sua proposta dovrebbe camminare sulle gambe di una rivoluzione culturale e di un immaginario democratico alternativo alla democrazia liberale, che sappia conservare una parte importante del suo portato storico (la costituzione, i diritti politici, sociali, civili e individuali, etc). Avrebbe bisogno di trasformare il mondo dei partiti e diffondere forme di democrazia diretta e partecipata là dove queste possano rivestire il ruolo che oggi i partiti non possono, né vogliono, più avere.
L'ideologia neoliberista oggi accompagna i movimenti neoautoritari, la loro violenza politica e chi li sostiene.La propaganda di cui si dotano ne è una prova chiara e cristallina. Ma è anche l'humus in cui tutti noi viviamo. Per questo, per difendere la democrazia non è sufficiente proporre in modo propagandistico ed estemporaneo di metterli fuori legge, ma risulta decisivo sviluppare una cultura e una pratica democratica diffusa che permetta di riconoscere l'Ideologia ovunque si presenti.
Come ricorda Ricoeur, non bisogna confondere l'Ideologia con l'utopia. O meglio, è centrale riconoscere che, per quanto ogni movimento della politica affermi un certo immaginario politico rispetto ad un altro, l'immaginario politico è la guida che abbiamo scelto di seguire per riorganizzare la società o è quella che già ci sta guidando (anche contro altri immaginari politici e i rispettivi poteri che se ne giovano, e le rispettive norme e istituzioni che lo incarnano). Non è una verità assoluta da difendere facendo violenza contro chi non la condivide.
Se rendessimo, paradossalmente, la Democrazia sociale qualcosa di Ideologico, a parole staremmo difendendo la società democratica, ma nei fatti ci troveremmo a scavarle la fossa insieme ai nostri "nemici" neoautoriari. La democrazia sociale o è antiideologica, oppure non è.
Si veda: https://www.msn.com/es-es/video/noticias/pablo-iglesias-clama-en-tve-por...
Scritto il 17.7.26