In certi casi la nostalgia è legittima difesa. Dentro questa estate incendiata lo è. La invoco a garanzia della mia libertà dal verdetto di una vita invivibile, perché intanto non ci sono alternative: T.I.N.A.
E la ragazza risponde, dandosi le arie di chi si sente indispensabile. Perché sono arie fresche, le sue, di estati mediterranee che oggi sembrano un miraggio della canicola, secche e luminose, il golfino addosso la sera, l’aria condizionata sconosciuta. Sono quindi anche arie démodé, per quanto il luogo dove ha voluto manifestarsi, rispondendo alle mie invocazioni, sia di certissima tendenza: Santorini in Grecia. #MediterraneanVibes, #SunsetLovers, #RomanticGetaway e altre etichette di questo tenore. Ma la mia ragazza nostalgia ne usa altre. Se provi a cliccare sui suoi cancelletti, non rimbalzi su contenuti simili e altri profili di utenti; sei costretto a restare con lei, a chiederti che cosa voglia dire così, tutta da sola. Non si tratta di un errore. La mia nostalgia è unica.
Proprio perché è unica, non si presenta come una ragazza a Santorini. Sull’isola ce ne sono moltissime. Sull’isola c’è moltissimo di tutto il genere umano ma le ragazze si vedono meglio, sono più belle e colorate e impallano il paesaggio. La nostalgia mi appare oggi nelle forme di una signora anziana.
È una signora che ho visto chissà quante volte quest’estate, uscendo dal mio appartamento di Santorini, rientrando dopo un’esplorazione, un aperitivo, un pasto. Dovevo passare per forza davanti a casa sua e, come me, tutta una folla di turisti di Santorini, perché la signora abita a un incrocio di quattro stradine in un posto bellissimo che si chiama Imerovigli. È una specie di villaggio arroccato sul dirupo della caldera, sul lato centro occidentale dell’isola. Il suo nome vuol dire vedetta di giorno. È un punto di osservazione vertiginoso sulla bocca del vulcano, ora piena d’acqua di mare, sulle isole di fronte e sulla punta brunastra della roccia di Skaros, in mezzo alle case bianche, di pietra lavica spalmata di calce come uno zucchero a velo spesso e sinuoso.
La signora era dunque inevitabile. Abitava – e abita – dove tutti noi volevamo passare, guardarci intorno, fare una foto, scendere o salire su una terrazza con piscina a bagnarci, bere, mangiare, soffrire un caldo che nessuno di noi sembrava voler ammettere ma che ci portavamo addosso, come un marchio di infamia. Abitava dove altri sono passati e passeranno ancora, fino alla catastrofe finale, una delle varie possibili, oltre a crollare stecchiti per un colpo di calore. Io e la signora ci siamo dunque incrociate spesso e ci siamo salutate: yghia sas, salute a lei. E lei, come a una vicina di sempre: na ìste kalà, stia bene.
D’altra parte, la signora non faceva nulla per nascondersi. Non sembrava che le dessimo noia, noi turisti nel suo posto di vedetta. Stava seduta a un tavolo accanto alla porta di casa guardandoci andare e venire, come un fenomeno qualunque, il vento, un temporale. A volte parlava con qualcuno che veniva a trovarla, dei vicini senz’altro – dov’era la loro postazione di vedetta sul destino dell’isola? – lei seduta sul suo trono dimesso e loro attorno a renderle omaggio. Capitava anche che ci fosse un ragazzino lento, forse di dodici anni, bruno e abbronzatissimo, la mattina molto presto. Aveva le guance tonde come le pesche. Sedeva al tavolo da solo e aspettava, un po’ curvo e lento, con lo sguardo ancora impigliato nel sonno, la sua colazione. La signora doveva essere dentro a prepararla. Era di certo sua nonna. Si svegliavano insieme. Lui avrebbe dormito volentieri di più ma gli piaceva adattarsi ai ritmi e ai misteri della sua signora nonna; non ancora nostalgia.
La casa della signora doveva essere di quelle scavate direttamente nel tufo dell’isola. Aveva una vaga aria di grotta. Si apriva sotto una specie di piccolo passaggio tondeggiante che la teneva sempre all’ombra facendo spazio per il tavolo e la sedia accanto alla porta. Sopra dovevano impilarsi stanze terrazzate di boutique hotel, piscine pensili piccole come occhi blu, grandi come saloni; quanto meno, lo immagino, perché non ho mai veramente visto altro intorno a quell’umile rifugio d’ombra che si offriva anche a noi, che passavamo e respiravamo per un attimo la frescura di quella postazione. Un attimo dopo il sole riprendeva a bastonarci, idioti. Io avrei voluto tenere gli occhi fissi sul blu, spiare lo sbadiglio del vulcano sommerso all’indirizzo del cielo ma camminavo a testa bassa per Imerovigli, fin dall’alba. La alzavo solo per incrociare la signora e il suo lieve ma certo sorriso.
Aveva i capelli corti corti, una lanugine vaporosa castano legno, fissata all’indietro dalla lacca, irremovibile. Porta addosso uno di quei vestiti da casa tagliati diritti e tutti abbottonati sul davanti, spesso smanicati, che le donne umili erano solite mettere per non sporcare i vestiti buoni, fatti per uscire. In casa si sfaccenda, si pulisce, si cucina. Bisogna portare un vestito ‘da battaglia’. Le donne che, nel mio piccolo mondo novecentesco, lo portavano mi hanno insegnato a chiamarlo cappetta. La sua cappetta era nera a pois bianchi, di cotone e senza maniche. Forse ne aveva altre e le cambiava ma il modello base era quello, scuro con piccolissime stampe chiare. La ricordo appoggiata alla schienale delle sedia, né gracile né imponente, giusta, le gambe un po’ divaricate, il peso distribuito con misura, una mano aperta su un ginocchio nudo, sfuggito dal lembo sbottonato della cappetta, l’altro braccio appoggiato mollemente sul tavolo, appena brunito dal sole, come il resto della pelle, picchiettata come lo sono certe foglie, dagli insetti, dalla pioggia, da un composto che manca o eccede e dà fuori il suo personale colore. Lo immaginavo fresco quel braccio fuori dalla cappetta, molle e fresco, come lo sguardo della signora, un’antica ragazza in maestà, resistente al crocevia di mondi, di ere, di estati passate nel Mediterraneo.
Vicino a lei svolazzava la porta, che non era una porta – o meglio non ho mai visto un rettangolo di legno o altro materiale solido sigillare l’entrata di quella casa – ma uno svolazzo di tenda, sottile, di garza bianca, traforata a fiorellini e a cornicette geometriche; quei tendaggi che indugiano sulle teste di chi li attraversa come uno strascico da sposa, si aggrappano alle spalle per trattenere un ospite in uscita, abbracciarne uno in entrata, arredi da paese, dove le case non si chiudono, al massimo si velano pudicamente. Chissà com’era, com’è la casa della signora nostalgia a entrarci. Freschissima, dentro le pareti spesse della pancia di Santorini.
La prossima volta che torno ci entro. Potrei chiederle un’informazione, sperando mi inviti a bere un caffè. Vorrei andarci fuori stagione, quando il sole non bastona gli idioti e io potrei alzare la testa, impunita, e guardare la caldera che sbadiglia abissale al cielo che, forse, le pioverà addosso. Com’è Santorini con le burrasche, con il freddo? Un signore albanese che lavorava per l’hotel dove alloggiavo mi spiegava senza batter ciglio che, a chiusura di stagione, cominciavano i lavori per la prossima: ristrutturazioni, aperture, cantieri vari un po’ ovunque. L’isola esce dunque di scena per rifarsi il trucco, in attesa del prossimo spettacolo di casette bianche, balconi sull’Egeo e tramonti. A quel racconto, il gateaway, la “fuga” nominata negli hashtags, mi è suonata impossibile, anche d’inverno, anche senza la folla dei turisti. Resta al limite la nostra fuga dalla realtà, come quella di un’isola esiste, perlopiù, per esibirsi davanti a noi, passanti storditi dalle temperature roventi; ma resiste, anche, nella signora di vedetta fuori dalla sua casa scavata nel tufo, con la cappetta di cotone per le faccende di casa, mentre di fronte alla sua casa due fotografi si squagliano su una terrazzo a strapiombo sul mare per immortalare una ragazza, avvolta in metri e metri di stoffa sintetica luccicante, rossa, fucsia, blu elettrico, che si gonfia nel vento, sbatte come un vela, mima ali e forme fantastiche. La ragazza sorride perché è il suo momento per mostrarsi sorridente al mondo; tutti devono vedere quanto è felice. Ma anche lei scoppia dal caldo, la stoffa sintetica è una trappola mortale, il mascara le cola negli occhi e brucia. Sorride tra le lacrime nere che nessuno vedrà; le cancelleranno i fotografi che, dal canto loro, masticano bestemmie al cielo e agli inferi, sperando di sopravvivere al sole per spendere i soldi di quel supplizio; intanto, danno le direttive per le pose, in fretta, perché dopo c’è un altro servizio da fare. Dall’altra parte dello shooting, la signora vive all’ombra del suo rifugio, in un trionfo tranquillo. Lo offre anche a noi che le pestiamo la soglia di casa ogni minuto, per un attimo, la vera fuga, a pensarci bene.
Sono stata a Santorini solo pochi giorni e la signora l’avrò vista al massimo una decina di volte; ma a voler esagerare. Eppure, ora torna insistendo sulle fondazioni della mia memoria, vestita della cappetta della nostalgia o, meglio, la nostalgia vestita come lei. D’altronde, l’ho chiamata io a salvarmi. E la ragazza indispensabile non si nega, si traveste e si rivela, ma soprattutto mi difende da questa estate che non è più. Mi porge il suo rifugio d’ombra, un caffè possibile da chiederle senza chiederlo, perché è già pronto per andare sul fornello. Mi pare di sentire nel bollore dell’acqua profumata borbottare un’alternativa all’assenza di alternative. Ci sentirò bene o la canicola mi dà alla testa?
Così, dalla mia postazione di vedetta in cui, seduta vicino alla ragazza anziana, la nostalgia, mi ripasso come una bella lezione la mia stagione preferita di sempre. Così difesa, accuso anche: ci hanno tolto l’estate. Quando lo faccio, come ora, alcune care persone, boccheggianti come me, mi guardano di sbieco o si affaccendano altrove, si spostano, come per schivare un colpo, e buttano il loro messaggio in bottiglia nel mare biancastro dell’aria satura di umidità: non essere così preoccupata, non arrabbiarti. Per me l’estate è il mare, protestano. E l’inverno sui monti scenderà la neve, andremo a sciare, ci porteremo i bambini. Lo abbiamo sempre fatto, assicurano, e si mettono in attesa regolando il condizionare come il futuro. Dicono proprio queste parole, mentre stiamo chiusi in casa e fuori, a due passi, c’è il Mediterraneo della Liguria ma è opaco e caldo come brodo, e quel tempo che chiamiamo estate è sommerso come la caldera del vulcano a Santorini. C’è da sperare in una prossima eruzione, mi viene da dire ma taccio perché le persone care mi ricattano con un sorriso che esige compassione. Mi vogliono bene ma mi fanno intendere che dovrei essere meno pesante. Cambiamo argomento, vuoi? leggo nel fumetto che indugia sulle loro fronti madide. Fa già tanto caldo…