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E i bambini? Le motivazioni progressiste nella nuova propaganda di destra

E i bambini? Le motivazioni progressiste nella nuova propaganda di destra

A che punto è la destra

Parliamo dei cosiddetti bambini stranieri a scuola. E in particolare parliamo della comunicazione della destra, per un aspetto che sarà interessante seguire da qui in avanti: le motivazioni progressiste. Giorgia Meloni per esempio ha dichiarato che il decreto legge sulla scuola nasce per favorire l’integrazione. Curioso no? Chi aveva notato che l’inclusione fosse una priorità della destra? Oppure il ministro Valditara, che ha usato un altro argomento inedito a destra. Ha dichiarato: il burqa è il simbolo della mentalità patriarcale violenta (…) che noi come Lega abbiamo sempre avversato. Ma questo camuffamento non è nuovo. Basti pensare ai provvedimenti sull’immigrazione dopo Cutro, che il governo Meloni non presentò certo come ostilità disumana contro i migranti. No, la loro era una lotta contro gli scafisti. Tutti sanno che le loro ragioni di fondo sono razziste e discriminatorie, ma esprimerle al naturale non si può, la democrazia non lo consente. E allora si usano concetti di altri.

 

Egemonia portali via

Ora, questa è una cosa buona. Non dico che non siano allarmanti le intenzioni della destra. Ma la loro difficoltà nell’argomentare è una bella spia luminosa: vuol dire che è andata male. Che il tentativo dichiarato, e tanto caro a Giorgia Meloni, di creare una nuova egemonia di destra e imporre in comunicazione nuovi valori guida all’opinione pubblica sostanzialmente è fallito. Non hanno parole. Non sono riusciti a creare un discorso pubblico autonomo, lineare, trasparente. Ed ecco perché Meloni nei suoi interventi fa sempre riferimento all’opposizione, ecco perché dicono che è la destra a realizzare la vera integrazione, la vera inclusione, e non la sinistra, che è la destra a fare la vera lotta al patriarcato, e non la sinistra... tutto questo rivela una grande povertà, il fallimento culturale e politico di un’esperienza di governo al termine della quale gli ex missini non hanno maturato una presa sulla società reale… e possono solo camuffare i loro vecchi schemi non certo maggioritari nell’Italia di oggi.

 

Prima i bambini

Anche tentare di strumentalizzare i bambini è fallimentare. Lo fanno perché gli appare una materia malleabile, ma non capiscono che quella è una soglia invalicabile delle nostre società: è proprio sui bambini per esempio che è cambiata la percezione globale di Gaza. Non ricordano il coro dei tifosi del PSG? Nous sommes tous des enfants de Gaza. Non hanno visto il sudario gigante con i nomi dei 18mila bambini uccisi realizzato dal collettivo Carnia per la Pace che sta girando l’Italia e il mondo? Anche il consenso per la guerra del Vietnam crollò definitivamente dopo le immagini del massacro di My Lay, 504 civili. Nel 1970 l’artista concettuale Peter Brandt realizzò un’opera oggi famosa: sulla foto dei cadaveri scrisse Q. And babies? A. And babies. Nei cortei pacifisti c’era il coro rivolto al presidente Lyndon Johnson Quanti bambini hai ucciso oggi? (Hey, hey, LBJ, how many kids did you kill today?). L’iniziativa del governo non è certo cruenta, lo so bene, ma il monito rimane: e bisogna proprio essersi molto allontanati dalla realtà per portare le proprie battaglie tra i bambini e pensare di uscirne vincitori.

 

Spettri

Del resto basta andare nelle scuole per sapere che i bambini stranieri sono un concetto astratto - come ha detto lo striscione nella scuola di Genova “Qui nessuno è straniero” - oppure guardare lo sport italiano in tv per capire che il paese reale è oltre, in una fase diversa… A me però questo spauracchio artificiale dello straniero, queste descrizioni mostrificate del burqa, hanno fatto venire in mente Ibsen. Quello di Spettri. Lo so che è dell’ottocento e che era norvegese… ma quando Ibsen parla delle idee morte, delle convenzioni del passato e le chiama Spettri, non sta parlando di oggi? In Spettri c’è un personaggio che dice Basta che io prenda un giornale e lo legga, ed è come se gli spettri strisciassero fra le righe. D’altra parte ci sarà un motivo se Ibsen questa opera l’ha scritta in Italia. Anzi, a Roma. Anzi, in una casa a 10 minuti da Palazzo Chigi. 

 


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Giuseppe Mazza

Giuseppe Mazza

Giuseppe Mazza è uno dei copywriter italiani più premiati ed è stato vicedirettore creativo di Saatchi&Saatchi prima di diventare, nel 2008, fondatore di Tita Milano e di Bill Magazine; collabora con il Venerdì di Repubblica, Radio Popolare e Doppiozero.

Insegna Copywriting e Comunicazione all'Università IULM e alla Scuola Holden.

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