«Sorellina, abbiamo vinto!» È il messaggio che ho ricevuto da mia sorella, che da Belgrado mi annunciava forse la notizia più importante della storia più recente della Serbia. Non posso garantirlo, ma credo che Vučić fosse imbottito di tranquillanti quando, il 25 ottobre 2026 alle 21.31, un’ora e mezza dopo la chiusura dei seggi, ha pronunciato queste parole: «È chiaro che abbiamo perso queste elezioni. Ha vinto la Lista studentesca». Quella sera mi trovavo, un po’ inaspettatamente, invitata a una cena piuttosto formale con alcuni professori italiani. Nello stesso istante, con una maleducazione del tutto giustificata, ho aperto Instagram e ho visto e ascoltato personalmente quella dichiarazione di Vučić che ricorderò per tutta la mia vita.
La prima reazione è stata, naturalmente, una felicità immensa e la conferma di ciò che credevo sarebbe successo: chi vive all’estero non aspetta sei ore in fila o non va a votare di notte (perché il governo serbo ha deciso che si dovesse votare in contemporanea anche per chi, figlio della diaspora, si trovava dall’altra parte del mondo) per dare il proprio voto a lui. No, a votarlo sono le persone ricattate, quelle senza scelta, per qualche panino e qualche migliaio di dinari. Di certo non perché lo amino e credano in lui. La seconda reazione, perché per natura sono una pessimista realista: come ha fatto ad ammettere la sconfitta così facilmente?
Dopo quattordici anni di governo dell’SNS, di terrore politico, sociale e psicologico, Vučić si è presentato poco dopo la chiusura dei seggi e ha ammesso di aver perso. Non riesco nemmeno a immaginare quanto sia stato umiliante per un uomo che per tanto tempo ha costruito l’idea che senza di lui non esista niente e niente possa funzionare. Aveva l’apparato statale, soldi, i media e ogni mezzo possibile per fare pressione sulle persone e ricattarle. Anche gli osservatori internazionali hanno nuovamente rilevato un netto vantaggio mediatico per la sua lista e una rappresentazione negativa di quella studentesca. E non ce l’ha fatta comunque.
Che cosa sta preparando? Era questa la domanda che mi impediva di abbandonarmi subito, completamente, alla felicità. Dopo tutto quello che abbiamo visto, la diffidenza è diventata quasi un riflesso.
Basta ricordare il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, del 1 novembre 2024, nel quale morirono sedici persone. Le autorità politiche avevano celebrato la ristrutturazione della stazione; dopo la tragedia, però, hanno sostenuto che la pensilina non fosse stata interessata dai lavori, nonostante immagini e documenti indichino interventi anche su quella struttura. Gli studenti lo hanno ricordato proprio il 1° maggio 2025, quando sui cartelloni pubblicitari di Novi Sad hanno esposto gli scandali degli anni precedenti: Krušik, Jovanjica, Doljevac, Rio Tinto, la tesi di dottorato plagiata e gli appartamenti di Siniša Mali.
Ricordiamoci anche di Savamala, delle demolizioni notturne e della polizia che non ha risposto alle chiamate dei cittadini. Di Krušik, delle vendite di armi a condizioni di favore documentate dalle inchieste e dell’arresto di Aleksandar Obradović, l’uomo che ha contribuito a renderle pubbliche. Di Jovanjica e degli atti d’accusa che, oltre al proprietario della tenuta, coinvolgono membri della polizia e dei servizi di sicurezza, sospettati di aver contribuito a proteggerlo.
Ricordiamoci dell’elicottero sul quale nel 2015 sono morte sette persone, tra cui una neonata, e delle carenze procedurali rilevate dalle commissioni militari. Di Doljevac e dei due minuti di registrazione che non sono arrivati né in tribunale né alla famiglia di Stanika Gligorijević, morta nell’incidente. Dietro ciascuno di questi nomi ci sono persone concrete, le loro famiglie e domande alle quali lo Stato avrebbe dovuto rispondere. L’elenco è troppo lungo per entrare in un solo discorso, e noi per anni abbiamo vissuto passando da un caso del genere al successivo.
Poi, mentre quelle domande continuavo a rigirarmi in testa, ho cominciato a guardare i video di Belgrado liberata. Fiumi e fiumi di persone, in tutte le città della Serbia. Ho pensato: probabilmente è così che si sentivano le persone nelle capitali europee dopo la liberazione dal fascismo. È un momento che entrerà nella storia e io, purtroppo, non sono lì ad abbracciare i miei concittadini, la mia famiglia, a sentire insieme a loro l’orgoglio di aver cambiato le sorti del nostro paese. Mi ha chiamata mia sorella, immersa in una folla di persone che si abbracciavano e ridevano. Mi portava con sé tra quella gente che urlava, brindava, cantava, saltava, piangeva: non avevo mai visto tanta felicità tutta insieme in vita mia. Ci vuole una quantità incredibile di vessazioni, umiliazioni e sofferenze per suscitare una reazione del genere in un popolo. La liberazione è arrivata. Abbiamo votato. Non vi vogliamo più. Avete finito.
Piangevo di felicità perché, per la prima volta da quando ho una coscienza politica, ho sentito la speranza che qualcosa potesse davvero cambiare. Che la Serbia non fosse condannata a restare per sempre l’appendice d’Europa, uno scarto degli anni Novanta. Che in parlamento non ci sarebbe più stata una maggioranza dell’SNS che non si assume alcuna responsabilità e pensa soltanto a pararsi il culo.
Al fianco del movimento studentesco si sono schierati quasi tutti: lavoratori, professori, agricoltori, famiglie che arrivano a malapena a fine mese. L’affluenza è stata del 68,79%, quasi da record, con un totale di 4.211.957 votanti. Il 52,54% dei voti è andato alla Lista studentesca, il 39,29% all’SNS: persino troppo poco, considerando che sono stati denunciati brogli e pressioni. Sotto quel potere sono cresciute generazioni che della vita politica ricordano quasi soltanto il nome di Aleksandar Vučić. Abbiamo vissuto davvero soltanto la grigia realtà costruita dal suo governo. Conosciamo ogni rincaro dell’elettricità, dell’acqua, del latte e del pane. E, quanto alle due uova di cui parlava un ex ministro del governo Vučić, non bastano a una persona per tirare avanti un’intera giornata.
Ora, però, si è aperta la possibilità che vengano finalmente riconosciuti le capacità, la cultura e l’impegno, al posto degli imbrogli, dell’obbedienza e della negligenza. Per me anche questo fa parte della vittoria. Le persone che per anni si sono sentite dire di essere ingenue perché pretendevano responsabilità hanno mostrato quante sono davvero. Gli studenti hanno condotto una campagna umana, sincera. I loro avversari disponevano di un potere incomparabilmente maggiore e hanno portato avanti una campagna di intimidazione e delegittimazione. Nonostante tutto, sono riusciti.
Lo ripeto: non voglio in alcun modo gettare un’ombra su questa vittoria, che è davvero un punto luminoso nella storia recente della Serbia. Ma torniamo per un momento alla domanda iniziale. Continuo a chiedermi come abbia potuto ammettere la sconfitta così rapidamente, senza la violenza che molti temevano. Qualcuno ha esercitato pressioni? L’Unione Europea? Che abbia finalmente cominciato a preoccuparsi sul serio di ciò che ha tollerato per anni, in quei Balcani che ama tanto descrivere come una polveriera? Non ho una risposta. Diffido degli improvvisi risvegli di coscienza.
Ma non ho bisogno di sapere che cosa sia successo a porte chiuse per sapere che cosa mi aspetto adesso.
Voglio dire a Vučić e ai suoi sostenitori: se pensate di chiudere la questione delle responsabilità con una dichiarazione e un’ammissione di sconfitta, non ci riuscirete. Riconoscere il risultato elettorale non cancella quello che lo ha preceduto. Chiediamo indagini, processi e pene per chiunque venga riconosciuto colpevole. Per chiunque, indipendentemente dalla carica, dal cognome e dalla tessera di partito.
Bisogna costruire uno Stato di diritto, in ogni senso. Questo significa anche che le responsabilità devono essere accertate davanti a un tribunale che possa svolgere il proprio lavoro. Per troppo tempo abbiamo visto persone dichiarate colpevoli in anticipo in televisione, mentre le istituzioni si facevano da parte non appena il nome di qualcun altro compariva in un’inchiesta. La Serbia in cui credo, quella che rappresento all’estero, comincia finalmente a prendere forma. Adesso ci aspetta anche il lavoro per cui continuiamo a tornare sulla questione del 6 ottobre di cui parlava Đinđić. Nel suo discorso a Šabac del 14 maggio 2002, Zoran Đinđić denunciava come, anche dopo la caduta di Milošević, gli uomini del vecchio regime fossero rimasti al loro posto nella magistratura, nella polizia e nell’informazione. Oltre vent’anni dopo, ci ritroviamo a chiederci come trasformare istituzioni che per tanto tempo sono state al servizio del potere. La Lista studentesca non perde tempo: ha già cominciato a fare pulizia nelle istituzioni, liberandole dalle clientele di partito, e intende affidare tutti i ruoli chiave a persone capaci e competenti.
È ora che vi facciate da parte sulla scena politica. Ne abbiamo abbastanza di voi fin dai tempi di Milošević, soprattutto di te, Vučić. Dovrete rispondere di tutto ciò per cui esistono prove, per quanto adesso vi sia difficile immaginare uno Stato in cui non basti chiamare qualcuno per sistemare le cose.
Un po’ influenzata dalle riflessioni di Frantz Fanon sulla violenza nella lotta anticoloniale (ne I dannati della terra scrive che «la decolonizzazione è sempre un fenomeno violento») pensavo che anche il sistema violento in cui vivevamo potesse essere abbattuto soltanto con la violenza. Sono felice di essermi sbagliata. Gli studenti hanno dimostrato che cosa possono fare un’idea, l’organizzazione, la tenacia e la solidarietà. Hanno dimostrato che dalle nostre parti il buon senso esiste ancora, anche se non sempre sembrava così.
Vorrei che continuassimo il lavoro che Đinđić voleva avviare. Che nei posti di responsabilità venissero assunte persone competenti, che i bandi non fossero scritti per candidati già scelti e che la competenza smettesse finalmente di essere un ostacolo. Dovremo procedere un passo alla volta, perché il danno è troppo grande per cambiare tutto da un giorno all’altro. Ma non voglio più che “ci vuole tempo” diventi di nuovo una scusa per lasciare tutto com’è.
Liberiamoci davvero, questa volta, delle catene degli anni Novanta, di tutti i nazionalismi e i fascismi che ci avvelenano da decenni. Cominciamo finalmente a respirare con polmoni nuovi, non più intaccati da meccanismi autoritari e illiberali. E rivendichiamo il diritto di decidere che cosa ne sarà della nostra aria, della nostra acqua e della nostra terra, invece di lasciare che il nostro futuro venga determinato dagli accordi con le fabbriche e con aziende come Rio Tinto (che voleva aprire nella valle dello Jadar una miniera di litio e boro e un impianto per lavorarli, suscitando proteste e timori per l’acqua e i terreni agricoli).
Per troppo tempo abbiamo vissuto con le conseguenze della dissoluzione della Jugoslavia e con persone che di quelle conseguenze hanno fatto un modo permanente di governare. Ci siamo abituati all’autoritarismo fino a cominciare a dimenticare che uno Stato può funzionare anche diversamente. Esiste anche qualcosa che si chiama Stato democratico. In teoria avremmo dovuto esserlo; nella pratica ce ne siamo allontanati da tempo.
Sono le persone a fare uno Stato. Lo abbiamo visto in queste elezioni. Non dimentichiamo da dove siamo partiti, chi siamo e perché abbiamo votato, nemmeno quando le persone che abbiamo sostenuto commetteranno il primo errore. Dovremo fare domande anche a loro. Dovremo pretendere responsabilità anche da loro. Abbiamo pagato troppo cara l’abitudine di fidarci di qualcuno senza verificare. Ci siamo abituati fin troppo al «ma qui le cose funzionano così». Grazie, studenti, per averci svegliati dal torpore. Grazie per averci ricordato che si può e si deve fare diversamente.