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In un mondo governato dall'I.A., indovina chi ne avrebbe le chiavi

In un mondo governato dall'I.A., indovina chi ne avrebbe le chiavi

C’è una motivazione inoppugnabile per non credere che l’I.A. sterminerà la razza umana: perché i Tech Bros dicono che lo farà.

Costoro, infatti, oltre che degli speculatori del tutto irresponsabili, dei delinquenti abituali e dei narcisisti patologici, sono notoriamente – e comprovatamente – dei mentitori seriali e compulsivi.

Tutto questo non solo è ormai di dominio pubblico, ma è anche dato per acquisito da tutti gli osservatori non ancora inseriti nel voluminosissimo libro-paga delle Big Tech.
Ma c’è un aspetto ancora ingiustamente sottovalutato delle personalità dei Tecno Feudatari: sono tutti completamente pazzi.

Il combinato disposto fra le spropositate ricchezze da loro accumulate negli ultimi due decenni, l’illimitato e incontrastato potere di cui godono su scala planetaria e il convincimento di essere parte non già di una categoria professionale o imprenditoriale ma di una vera e propria specie distinta dal resto dell’umanità in virtù della capacità di smanettare con i ritrovati tecnologici li ha trasferiti di peso in una dimensione totalmente altra rispetto al mondo in cui gli homo sapiens vivono, sperano, amano e muoiono. Si raccontano davanti al fuoco delle favole allucinate in cui chiunque altro vedrebbe degli incubi, e - cullati dalla quasi unanime subalternità altrui - scambiano le loro stesse indemoniate profezie per realtà.

Intervistato nel corso del podcast The Tech Report , Cory Doctorow – attivista e autore dell’ormai celebre “Enshittification” nonché del recentissimo “The reverse centaur’s guide to life after AI” – ha finalmente sottolineato questo punto con le parole che riporto di seguito.

Io sono convinto che, per accumulare quel tipo di ricchezza, tu debba sostanzialmente smettere di considerare reali le altre persone; perché per arrivare a infliggere certi tipi di sofferenza, insomma…penso spesso a Jeff Bezos: ha circa dieci anni più di me, io ne ho 55 e senti continuamente lo stimolo di fare pipì, quindi a maggior ragione anche lui deve sentirne il bisogno – eppure lui è a capo di un impero in cui a centinaia di migliaia di lavoratori non è permesso andare in bagno. Ora, se uno pensasse che il bisogno di pisciare di un autista o di un magazziniere sia la stessa cosa del proprio bisogno di pisciare, lo lascerebbe pisciare e basta.

È un po’ come dire che se consideri le ragazze dell’isola di Epstein reali quanto tua figlia, tu su quell’isola non ci vai.

C’è qualcosa in questo che ti porta a pensare che un mondo senza esseri umani non sarebbe poi la fine del mondo: che potresti sostituire quelle testarde astrazioni statistiche che si rifiutano di seguire i modelli da te prestabiliti con delle entità molto più malleabili.
Pensa alla parabola di Mark Zuckerberg: tutto è iniziato quasi per caso con un sistema – creato per valutare senza il loro consenso l’aspetto delle studentesse di Harvard – che si è poi rivelato un meccanismo capace di prendere la gente in ostaggio. Ti ritrovavi lì con gli amici e, finché volevi bene a loro più di quanto detestavi Zuckerberg, ci restavi; d’altra parte, se non riesci a convincerli ad andare nel tuo pub preferito il venerdì sera, come potevi pensare di convincerli ad abbandonare Facebook? La questione per lui diventa: ‘ sarebbe tutto molto bello se quegli amici, invece di limitarsi a fare gli amici, smettessero di rifiutarsi di organizzare la propria vita in modo da massimizzare l’engagement’. Così pensa: ‘E se li sostituissi tutti con dei chatbox? Perché i chatbox si comporterebbero lo stesso da amici – come degli attori - ma massimizzerebbero il tempo trascorso sulla piattaforma e non mi chiederebbero nulla in cambio’.

Vedi, l’idea di un social media senza persone rappresenta una mossa talmente solipsistica da spingermi a una piccola digressione psicoanalitica.
Io soffro di un dolore cronico e una volta mi sono sottoposto a un’infusione terapeutica di ketamina. L’effetto della ketamina è darti la sensazione che il mondo intero sia nient’altro che un sogno che stai facendo per conto tuo.

E io non credo sia un caso che queste persone siano tutte strafatte di ketamina.

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Marco Carnevale

Marco Carnevale

Marco Carnevale è nato a Roma nel 1957. Negli ultimi 38 anni ha lavorato come copywriter e direttore creativo in diverse agenzie internazionali di pubblicità, occupandosi di circa 200 marche e ricevendo oltre 160 premi nelle più prestigiose rassegne nazionali e mondiali, fra cui Cannes International Advertising Festival, The New York Festivals e ADCI. Attualmente è partner creativo dell’agenzia indipendente Yes I Am.

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